giovedì 14 settembre 2017

Nietzsche e la follia

www.corriere.it/cultura/libri/11_novembre_30/nietzsche-epistolario-1885-1889_d9367c76-1b59-11e1-915f-d227e00dc4bd.shtml

Nietzsche, viaggio fatale oltre il confine della follia

I giorni più tragici del genio che sfidò il mondo

Friedrich Nietzsche non era una mente, ma un clima. Il barometro agiva su di lui come un destino: aveva una sensibilità meteorologica intensissima, ed era così indifeso davanti allo svariare delle luci e delle temperature, che a volte scorgeva in se stesso una debolezza radicale, dalla quale non avrebbe mai saputo liberarsi. Se il clima aveva un'influenza simile su di lui, si trattava di scegliere un clima. Non sopportava quello della Germania dove era nato, né quello di Basilea, dove aveva insegnato per anni. Allora, per il resto della sua vita, emigrò nella Francia meridionale e in Italia: Mentone, Nizza, Genova, Sorrento, Messina, i laghi lombardi, Venezia, Roma, Torino - oltre che l'incomparabile Sils-Maria, in Engadina. Ma, anche lì, trovava nemici: la nebbia, le nuvole, l'umidità, il caldo, il freddo, l'eccesso o l'assenza di luce. Non sopportava l'inimicizia della natura: se il cielo era coperto, una tenaglia lo stringeva attorno alla testa, gli impediva di respirare, di pensare, di sentire, di scrivere, di camminare. La vita diventava tragica, come se fosse Aiace o Edipo, e potesse vivere soltanto nell'atmosfera irrimediabile della tragedia. Ancora una volta fuggiva: e poi di nuovo fuggiva; alla caccia di quel freddo mite e di quell'aria stimolante, che gli permettevano di scrivere.
Alla fine del 1883, Nietzsche giunse a Nizza, dove abitò tutti gli altri inverni della sua vita, fino al tremendo inverno del 1888, a Torino, quando piombò nella follia. Il clima di Nizza gli piaceva e lo incantava indicibilmente. Il cielo era luminoso e limpidissimo, senza una nuvola: l'aria secca e vivificante: il mare di un blu tropicale: nelle notti, i chiari di luna facevano vergognare e arrossire i lampioni a gas: sentieri portavano nelle colline: le arance gialle occhieggiavano tra i rami: la natura aveva una eleganza mondana, libera e grandiosa, che entrava e possedeva la città: l'inverno, i colori erano impastati di un luminoso grigio-argento; e anche se qualche volta le montagne vicine si incipriavano di bianco, non sembrava una malvagità, ma una specie di maquillage della bellissima incantatrice meridionale. Non c'era sosta, non c'era requie: durante l'anno, Nizza aveva duecentoventi giorni assolutamente tersi e sereni; senza rivali in Europa, nemmeno sulla riviera ligure. Settimane dopo settimane, il cielo splendeva puro da mattina a sera. «Nizza mi incanta sempre - diceva - come se non l'avessi mai vista». Il 21 giugno 1885, a St. Jean, vide delle splendide siepi di geranio, verdi e con i fiori rossi.
Così Nietzsche, che non aveva ancora compiuto i quarant'anni, si sentiva ringiovanire; e gli sembrava che Nizza lo proteggesse. Il nome non derivava forse dal greco antico Nikaia, e da Nike, che significava Vittoria? La testa era diventata più libera di anno in anno: lo spirito vivace sopportava con maggior leggerezza il proprio fardello - il tremendo fardello a cui è condannato ogni filosofo; i pensieri erano ardimentosi e veloci, e la mano vergava parole rapidissime sulla carta. Abitò quasi sempre alla Pension de Génève, petite rue St. Etienne. La stanza era lunga e larga: il letto era tre volte più grande del suo letto tedesco; e dalla alta finestra guardava gli enormi eucaliptus, grandi edifici rossastri, la bella curva della Baie des Anges, lo square des Phocèens, la Corsica nella lontananza; e gli pareva di aver afferrato una piccola parte - non più della coda - di quella felicità che gli era sempre sfuggita.
Soffriva terribilmente di solitudine. Credo che ne soffrisse sempre, anche quando era bambino, anche negli anni di insegnamento a Basilea, circondato da professori e studenti che lo ammiravano, e nei tempi dell'amicizia con Richard e Cosima Wagner - i giorni della felicità e della fiducia. Ma la parola solitudine non basta, per comprendere l'istinto profondo di Nietzsche. Era troppo orgoglioso per credere che qualcuno «potesse amarlo». Allora, con una specie di furore demoniaco, recideva ogni rapporto con qualsiasi essere umano: non desiderava essere affine a nessuno, né vivo né morto: non voleva sentire nessuna voce di risposta; sempre soltanto l'eco della sua molteplice voce, ripetuta migliaia di volte. Era un'esperienza terribile, che poteva distruggere l'uomo più duro, e tanto più lui, che era tanto gracile e fragile. Così, via via, la solitudine cresceva, fino a coprire l'ultimo orizzonte: egli era l'uccello selvatico perduto nei cieli: il remoto isolano che nessuna lettera raggiungeva: il fuggiasco e l'esule; o il filosofo, trincerato nella sua tana o nel suo antro infernale. «Una filosofia come la mia - diceva - è come una tomba. Non si riesce a vivere insieme a lei».
Quando lasciò Basilea per peregrinare in Italia, accusò gli amici di averlo abbandonato. Non era vero: lui aveva abbandonato gli amici; anzi, tutto il genere umano, che aveva cancellato con un gesto. Nessuno - ripeteva - gli faceva un cenno d'affetto, nessuno aveva bisogno di lui, nessuno si preoccupava di curarlo, nessuno cercava di scoprire quali sentimenti si nascondessero dietro i suoi libri. «Ho avuto l'impressione - scrisse alla madre - che tutto il mondo, in lungo e in largo, tacesse; nessuna farfalla in forma di lettera si è persa in volo fino a giungere alla mia abitazione». «Intorno a me - ripeteva a un'amica - s'è fatto davvero il vuoto: non c'è nessuno che abbia un'idea della mia condizione... Non ho sentito per dieci anni nemmeno una parola che penetrasse fino a me. È una cosa che astrae da ogni rapporto umano, e crea un'intollerabile tensione e vulnerabilità. È come essere un animale continuamente ferito». Mentre accumulava solitudine sulle sue spalle, cercava sempre più affetto: il calore dell'amicizia, come quella con Franz Overbeck, suo antico collega a Basilea, che intiepidisce e addolcisce le parti più desolate dell'epistolario. Soprattutto desiderava amici più giovani. Quando morì Heinrich von Stein, provò un immenso dolore: perché aveva sperato che la sua esistenza giovanile così fresca e fervida fosse riservata proprio a lui per il futuro.
Dopo il 1886, ebbe l'impressione che la sua vita si trovasse come in un pieno meriggio. Si gettò dietro le spalle i libri della sua giovinezza e della sua maturità - Aurora, Gaia scienza - che restano, in realtà, i suoi capolavori. Si prefisse un compito: creare un immenso sistema filosofico, che desse compattezza e coerenza a tutto ciò che aveva, fino allora, sparsamente pensato. Non si faceva illusioni: forse non avrebbe creato nessun sistema: avrebbe trovato soltanto un pertugio attraverso il quale fissare l'ineffabile; e, in ogni caso, il compito sarebbe stato uno di quegli strumenti di tortura che si usavano anticamente. Aveva bisogno di rinunciare completamente a se stesso e di non pensare più al suo io: trovando calma, disciplina, quiete, una precisione quasi militaresca, e trasformando gli eventi fortuiti in un destino. Per tutto questo, gli era necessaria una solitudine ancora più estrema di quella che aveva conosciuto fino allora. Lentamente, cominciò a prepararla e a costruirla. Ma fu il supremo dei suoi fallimenti: perché, in fondo a questa solitudine volontaria, trovò la lacerazione e la frantumazione della follia.
La solitudine aveva un altro nome: malattia. Era il suo vero nome. Ci furono mesi in cui Nietzsche era malato per tre settimane, giorno dopo giorno. In altri casi, subiva attacchi improvvisi di tutte le sue malattie congiunte, che lo lasciavano sconvolto e distrutto, sull'orlo della catastrofe. Aveva violentissimi assalti di emicrania, che gli impedivano di pensare: dolori alla schiena, che gli impedivano di viaggiare: insonnia, vomito, giramenti di testa, raffreddori, spossatezza, svogliatezza, eccitabilità, depressione, disperazione. Tutto quanto proveniva dall'esterno lo faceva ammalare: la cosa più piccola cresceva fino a diventare mostruosa; e solo in circostanze favorevoli, con un'estrema attenzione e accortezza, riusciva a raggiungere un equilibrio fragilissimo. E poi c'erano gli occhi, i debolissimi occhi: macchie, offuscamenti, arrossamenti, lacrimazioni, veli che si muovevano davanti allo sguardo, anche se il tempo era bello e sereno. La quasi cecità accresceva l'angoscia della solitudine - sebbene, in modo per noi inconcepibile, egli riuscisse a leggere e a scrivere moltissimo. Non so se egli conoscesse le cause della sua malattia, doppia come quella di Leopardi: sia organica sia psicologica. Da un lato soffriva di sifilide, che aveva contratto non sappiamo quando: dall'altro di psicosi maniaco-depressiva, che lo gettava dall'esaltazione della paranoia alla «ostinata nera orrenda barbara malinconia», di cui decenni prima aveva parlato Leopardi.
L’opera su Nietzsche è una della serie dedicata ai filosofi da Werner Horvath. Nato a Linz nel 1949, Horvath è un medico radiologo che si è dedicato alla pitturaL’opera su Nietzsche è una della serie dedicata ai filosofi da Werner Horvath. Nato a Linz nel 1949, Horvath è un medico radiologo che si è dedicato alla pittura
Il 5 aprile 1888 Nietzsche giunse, per la prima volta, a Torino, lasciando le rive del mare. In pochi giorni, l'antica capitale sabauda lo affascinò completamente: come mai, fino allora, nessun luogo della terra, nemmeno Venezia, Nizza e Sils-Maria. Le molte lettere che dedicò a Torino sono, forse, le più belle pagine che siano mai state dedicate a una città moderna; e, certo, le più belle conosciute da Torino, che viveva un momento felicissimo della sua storia, folto di nuove costruzioni e di librerie colte. Nietzsche, che adorava il clima di Sils-Maria, non avrebbe mai creduto di ritrovare, in quella città di pianura, la stessa aria secca, stimolante, elastica, energica, trasparente, ispirata dell'Engadina, di cui aveva bisogno, se voleva muovere il suo stile vibrante e flessibile.
Le montagne nevose erano vicinissime; e Nietzsche amava le larghe strade che sembravano correre diritte verso le nevi come verso le loro madri. Amava i viali pieni di splendidi alberi dalle foglie verdi e brillanti, che correvano oltre il corso del Po: il cielo e il grande fiume di un tenero azzurro, come in un Claude Lorrain che non aveva mai visto. Nella città, costruita nel Seicento e nel Settecento, c'era dovunque un'aria di corte: una calma, un silenzio e una quiete aristocratiche, e un'«unità di gusto» che si estendeva al colore giallo o rosso-crema dei palazzi. Nietzsche non aveva requie: attraversava piazza San Carlo, piazza Carignano e piazza Madama: modulava col piede i nobili selciati delle strade, attraversava le vaste piazze, che emanavano un senso straordinario di libertà, percorreva i lunghissimi e ampli portici, che proteggevano i suoi occhi dal sole, ed entrava nei gloriosi caffè, dove diventò presto un intenditore di gelati, spumoni e pezzi duri.
Passò una pessima estate a Sils-Maria, che, per una volta, lo tradì col freddo, i temporali e la tempesta. Fu sovente ammalato. Ma poi la sua Perla Perlissima, come la chiamava, aprì a ventaglio la sua antica e seducente coda di pavone dai colori meridionali. Il tempo toccò «una sublime perfezione terrena». Comparve una meravigliosa atmosfera estiva: tutti i colori in pieno splendore, un blu di lago e di cielo, l'aria tersa, mentre le montagne bianche fin quasi a fondo valle esaltavano in ogni modo l'intensità della luce. Il 21 settembre 1888 Nietzsche era di nuovo a Torino, fuggendo l'Engadina e la Lombardia alluvionate. Ritrovò, in chiave autunnale, la bellezza amata in primavera. Ma il tono delle sia pur bellissime lettere è cambiato: si avverte, nella descrizione della vita quotidiana, un di più di esaltazione, un'euforia, un incanto alcoolico, che rivelano come il pendolo della psicosi tendesse pericolosamente verso l'alto, verso il culmine dell'abisso.
Ciò che colpisce, in queste ultime lettere, folgorate dalla luce della follia, è il fatto che Nietzsche vi ripeteva le parole che aveva sempre scritto. Ma ora tutto veniva stravolto. Nei suoi grandi libri, aveva avuto una sensibilità così fine e ramificata da ripetere tutte le voci e i suoni del mondo: mentre, nelle vie di Torino, egli era letteralmente Buddha, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Shakespeare, Voltaire e Napoleone. Nietzsche era stato Dioniso e Gesù Crocifisso: Dioniso nel Crocifisso e il Crocifisso in Dioniso. Ora tutto si avverava: sotto le spoglie di Nietzsche, Gesù saliva sulla croce, dileggiato e deriso: Dioniso era fatto a brandelli dai Titani e smembrato in un numero infinito di individui; ed entrambi si trasformavano, venivano salvati, salvavano, mentre - Nietzsche commentava - «il mondo è trasfigurato, poiché Dio è sulla terra. Non vedi come i cieli gioiscono? Ho appena preso possesso del mio regno».
La notizia della follia di Nietzsche si diffuse rapidamente tra gli amici e i conoscenti. Franz Overbeck lasciò la stazione di Basilea la sera del 7 gennaio 1889, e il giorno seguente, dopo 18 ore di viaggio, era a Torino, cercando l'abitazione di Nietzsche nella città sconosciuta. Voleva riportarlo a casa. Finalmente riuscì a entrare nella stanza, dove Nietzsche aveva «pensato, scritto riso e delirato» per mesi. Stava rannicchiato nell'angolo di un sofà, col volto terribilmente emaciato.
I due amici si abbracciarono lacrimando: poi Nietzsche si lasciò ricadere sul sofà, sconvolto da sussulti di pianto. «Forse proprio in quell'attimo - scrisse Overbeck - gli si spalancò davanti l'abisso sul cui ciglio ora si trova, o dove piuttosto è già precipitato». Poi Nietzsche si sedette al pianoforte, dove cantava a voce spiegata in preda alla frenesia ed esaltandosi sempre di più. Proclamava di essere «il pagliaccio della nuova eternità», e rendeva la sua gioia con le espressioni più triviali, o con balzi e danze scurrili, o con smorfie da istrione. Overbeck ebbe una impressione atroce: quello spettacolo incarnava con terribile efficacia l'idea orgiastica della follia sacra, sulla quale era fondato il teatro antico. Adesso, tutto era finito: tutto quel possente mondo tragicomico - Eschilo, Aristofane, Le Eumenidi, Le Rane, Le Nuvole - si esprimeva attraverso la sua scurrile degradazione. Nel mondo moderno, Dioniso, l'antichissimo dio dell'estasi e della lacerazione, era diventato un pazzo, sottoposto, come il professor dottor Friedrich Nietzsche di Basilea, a un processo di «paralisi progressiva».
Pietro Citati


documentario
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martedì 13 giugno 2017

Emozioni e Sentimenti: cosa sono?


Da

http://www.inftub.com/economia/politica/LA-SOCIOLOGIA-DELLE-EMOZIONI-E63288.php

LA SOCIOLOGIA DELLE EMOZIONI E DEI SENTIMENTI


Definizione


La differenza tra passioni, sentimenti, stati d'animo, emozioni sono sfumate. Il termine passione si configura come una tensione violenta e di una certa durata. A differenza dell' emozione, passeggera, la passione è cronica, acuta, complessa, che polarizza l'attenzione attorno ad un unico oggetto. L'idea di passione indica un cambiamento che subisce l'individuo (si è sopraffatti dal dolore, travolti dall'amare, ecc.); spesso si è usata la simbologia del fuoco (passione ardente, vecchia fiamma, ecc.). Gli stati d'animo sono definiti come sentimenti o emozioni di intensità bassa e durata relativamente lunga. I sentimenti sono più durevoli delle emozioni. Emozioni e sentimenti sono contigui; tuttavia l'emozione si distingue per la sua caratteristica di breve durata e maggiore intensità. Gordon distingue l'emozione, basata su un'attivazione fisiologica, dal sentimento, definito come un insieme di sensazioni fisiche, gesti e significati culturali. Le emozioni, secondo Gordon, si trasformano in sentimento attraverso tre processila differenziazione, che elabora l'emozione in moduli complessi e sfumati; la socializzazione, che implica processi sociali, del tipo ricompensa e punizione, e l'adozione di modelli dati dai membri della società; il controllo, che mantiene le emozioni in linea con le prescrizioni sociali.Secondo la Izardl'emozione è un processo che comprende aspetti neurofisiologici, espressivo-motori, e fenomenologici. Per lo psicologo olandese Frijda le emozioni, che hanno una base biologica, sono influenzate da fattori cognitivi come le norme, i valori e l'autoconsapevolezza. Per Plutchik le emozioni si innescano al verificarsi di eventi rilevanti rispetto ai normali bisogni e alle preferenze dell'organismo. Secondo Leventhal l'emozione è il risultato di un sistema di elaborazione che si sviluppa in tre fasiuna fase di ricezione e codifica dell'informazione; una fase di progettazione, in cui si esegue un piano di azione adattiva; una fase di valutazionedei risultati di questo sforzo di adattamento.  

Le emozioni vengono considerate patologiche in quattro condizioni: quando sono eccessive e persistenti; quando sono assenti o troppo limitate; quando forti emozioni sono in conflitto; quando vi sono di sconnessioni fra elementi della catena emozionale quali cognizioni, sensazioni, fisiologia e comportamento


Far funzionare un rapporto di coppia

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Il sonno della ragione genera mostri


http://d-art.it/arte/il-sonno-della-ragione-genera-i-mostri-un-approccio-filosofico-2/2553

Arte
Il sonno della ragione genera i mostri? Un approccio filosofico

AUTORE: Vincenzo Francia

Parte I

Nella storia delle riflessione umana, il pazzo è apparso non solo come una persona «fuori dal mondo», ma come uno che vede il mondo da un punto di osservazione diverso rispetto a quello dei più. In sostanza, la follia mette in risalto i limiti stessi della ragione, indicandole che, per parafrasare Hegel, «non tutto ciò che è reale è razionale» e, in modo particolare, non tutto ciò che esiste può essere contenuto nei limiti della ragione.

Già Platone aveva affrontato il tema, in modo specifico nel Fedro, uno dei suoi dialoghi più celebri, composto intorno al 370 a C. Il grande filosofo si pone la questione se sia più credibile colui che è in preda all’esaltazione oppure chi ne è privo. Egli vede nella «mania» un momento prelogico, che si esprime in quattro forme di follia, cioè l’arte divinatoria, il rapimento mistico, il furore poetico e l’amore. L’uomo, ovviamente, deve superare queste esperienze per tendere alla conoscenza. Tuttavia avverte quasi una forma di nostalgia per una rivelazione della verità che venga non dall’umano ragionamento ma come da una illuminazione dall’alto. «I più grandi doni» – scrive – «ci provengono proprio da quello stato di delirio, datoci per dono divino». Platone porta tre esempi: le sibille, i guaritori e, soprattutto, i poeti e conclude con un’asserzione folgorante: «La saggezza proviene dagli uomini, la follia da Dio», in quanto essa è impulso originario e naturale, indipendente dall’arbitrio umano.

In Platone, dunque, la follia si presenta non come una forza distruttrice, ma come un’ispirazione divina e un amore alla vita.

Un’eco di questa interpretazione forse è possibile riscontrarla anche nel pensiero cristiano. Nel Nuovo Testamento, infatti, San Paolo presenta la vicenda di Gesù Cristo come «la follia di Dio» che si è manifestata più sapiente della sapienza degli uomini. Culmine della vita spirituale, perciò, non sarà la visione razionale del filosofo, ma la condivisione del cammino di Gesù.

Il Medio Evo cristiano, a sua volta, oscillerà tra questi due atteggiamenti: da una parte la ricerca di una grande impostazione razionale, che culminerà nelle Summae teologiche e filosofiche di un Tommaso d’Aquino, di un Bonaventura da Bagnoregio e di un Giovanni Duns Scoto; dall’altra la consapevolezza che non tutto il reale è riconducibile al controllo della ragione, per cui si darà ampio spazio alla credenza nei miracoli, alla potenza delle vere o presunte reliquie dei santi, alle «feste dei folli», al ricorso alla stregoneria e così via.

Con la luce del Rinascimento, proprio quando la razionalità trionfa nella scienza e nell’arte, il tema della follia tornerà a interessare i pensatori. Uno dei più celebri tra loro, Erasmo da Rotterdam, ne farà oggetto di riflessione nell’Elogio della Follia, opera talmente brillante da costituire uno dei simboli dell’intero periodo. Nell’opera, che vide la luce nel 1511, la Follia esalta se stessa e si presenta come una componente indispensabile dell’esistenza umana: senza di essa, la vita non sarebbe pensabile nelle sue molteplici sfaccettature. Erasmo prospetta una tagliente satira contro le condizioni religiose e sociali del suo tempo, mettendo alla berlina la presunta saggezza dei monaci e dei teologi. In campo morale, poi, la follia tende alla santità perché essa, nel senso di Platone e di San Paolo, si eleva al di sopra delle apparenze e tende alla semplicità di una vita vissuta nella fede e nella carità.

A distanza di un secolo Giordano Bruno riprende il tema di un approccio alla realtà che non si risolva unicamente nella dimensione razionale. Egli vede nell’«eroico furore» una forma più alta della razionalità: esso è uno sforzo consapevole, un impeto di conoscenza e un dinamismo di amore. Chi è preso da un tale furore è il vero sapiente, colui che va oltre i limiti del finito, si libera dai legami che lo tenevano avvinto alle cose contingenti e può giungere ad amare l’infinito, cioè Dio, e in Dio ama nel contempo tutte le cose.

La vera follia, dunque, è la pretesa del razionalismo di poter dominare tutto con la ragione, perché facilmente dal razionalismo si passa all’ideologia che è una pretesa onnicomprensiva. Bisogna perciò contemperare ragione e «follia», intelletto e sentimento, perché, secondo l’intuizione di Blaise Pascal, la ragione non è l’unico strumento conoscitivo: «Il cuore ha delle ragioni che la ragione non comprende».

Questa problematica ritornerà sempre nel corso della storia. Tappe importantissime della cultura, ad esempio, saranno il Romanticismo, che riflette sul momento oscuro ed estatico dell’originario atto creativo, e, in tempi più recenti, la psicoanalisi di Freud, che scruta nelle profondità dell’animo umano quell’abisso oscuro e magmatico che sfugge alla consapevolezza.

Parte II

L’autore che più di tutti ha contribuito, nel bene e nel male, a prospettare la problematica del sonno della ragione è Friedrich Nietzsche.

Il suo pensiero, poco sistematico ma ricco di immagini poetiche e di spunti paradossali, risulta ancora oggi di grande fascino per la sua forza contestataria e innovativa. Tra le opere di Nietzsche, di singolare importanza per il nostro argomento appaiono La nascita della tragedia del 1871 e Così parlò Zarathustra del 1883-1885.

Nietzsche si era accostato alle opere di Schopenhauer: da loro aveva imparato che il dolore è l’essenza stessa del mondo e che la natura e il cosmo sono crudeli a causa del grande processo di produzione e dissolvimento a cui sono fatalmente soggetti. Ora, la violenza distruttiva della natura cammina di pari passo con la sua forza creativa; dunque, nell’essere, crudeltà e felicità appaiono inestricabilmente legate e vanno accettate in quanto reali. L’uomo proposto da Nietzsche vive all’unisono con l’essere: accetta il dolore, lo sperimenta su di sé, non lo rimuove, anzi lo assume come momento insuperabile del ciclo vitale.

Qui, però, si pone la differenza tra i due grandi filosofi tedeschi: ambedue partono dalla constatazione della «terribilità del reale»; ma, dinanzi a questo dato, i percorsi speculativi si muovono in direzioni diverse, anzi contrapposte.

Schopenahuer sceglie di opporsi al mondo, prospettando un comportamento etico che miri a superare l’intima struttura della realtà, cioè l’egoismo.

Per Nietsche, al contrario, se l’essere è feroce, l’unica cosa da fare è consentire con questa ferocia e partecipare attivamente alla «festa» del mondo. L’uomo deve affermare se stesso, sforzandosi di rimuovere ogni ostacolo.

Chi è capace di ciò è il «superuomo», il nichilista che accetta la vita, che sopporta questo mondo e il divenire. Egli si sostituisce a Dio, imponendo, con la sua volontà di potenza, la propria soggettività e la pienezza dell’io. La morale tradizionale, imbevuta di cristianesimo, è quella degli schiavi e dei deboli e niente altro esprime il loro rancore e la loro frustrazione di fronte al fallimento a cui sono condannati; mentre, nel superamento dell’umanità, c’è la vera via della salvezza.

Nietzsche smaschera la pretesa di una verità assoluta, perché tutte le nostre convinzione sono collocate in un determinato punto di vista, in una prospettiva entro la quale conosciamo e giudichiamo il mondo. Perciò egli afferma: «Esiste soltanto un vedere prospettico». I nostri concetti, perciò, sono relativizzati da questa prospettiva: un albero, ad esempio, è conosciuto da uno studioso, da un turista o da un povero bisognoso di legna sotto tre prospettive diverse che ne condizionano la conoscenza.

Sottratto alla schiavitù dei falsi valori, l’uomo superiore può impegnarsi nell’amore e nell’esaltazione della vita, nel flusso continuo dell’esistenza, nell’esuberanza della forza e della fierezza. L’uomo è l’essere supremo, fonte di tutti i diritti, che, completamente partecipe del vitalismo del mondo, costantemente si realizza con una volontà di potenza in una ebbrezza dionisiaca.

«Dionisiaco» è opposto ad «apollineo». Esso è il simbolo dell’accettazione integrale ed entusiastica della vita in tutti i suoi aspetti e della volontà di affermarla; è l’oscuro impulso creativo che si oppone alla forma ordinata e standardizzata. Tutta la realtà si basa sulle due potenze, in lotta perenne tra loro e con momentanee conciliazioni. Una loro originale applicazione si ha nel campo dell’arte: lo spirito apollineo domina la scultura, che è armonia di forme, mentre il dionisiaco domina la musica, che è ebbrezza ed esaltazione entusiastica.

Solo il dionisiaco, però, ha permesso ai Greci di sopravvivere, perché ha trasfigurato l’orrore della tragedia nella bellezza dell’arte.

Nel gennaio del 1889, a Torino, Nietzsche ebbe un crollo psichico.

Il sonno della ragione prendeva il sopravvento sulla sua vita personale.

   

venerdì 2 giugno 2017

Nepal: diario di viaggio

Diario di viaggio dal Nepal (26 maggio - 11 giugno 2016)

Ho deciso di scrivere un diario un po' anomalo. Dato che fare un resoconto mi risulta noioso.. E presuppongo anche leggerlo.
Dividerò il diario in "capitoli" di poco più di una pagina in cui descrivo qualche aspetto del Nepal, del volontariato e del mio mondo in generale..

Capitolo 1: I bambini

31 maggio 2016
Inizio con i bambini... Forse perché siamo appena tornati da Arughat, dove abbiamo partecipato all'inaugurazione  della scuola del posto, crollata dopo il terribile sisma dell'aprile 2015 e ricostruita in tempo record grazie ai fondi raccolti dall'associazione Sidare (con Ombretta), dal'alpinista Mario Vielmo, dal gruppo amici della montagna di Tolmezzo (rappresentato dal suo mitico sindaco Francesco Brollo, dalla dr.ssa Chiara Rocco e da suo padre, l'inossidabile Benito) e dall'associazione nepalese Friends of Nepal (creata da Nima e Beni, proprietari di una delle migliori agenzie di trekking nepalesi, la Cho Oyu Trekking).
La frase: i bambini sono il futuro, in paesi in rapido sviluppo come il Nepal, o come il Kenya vale molto più che in Italia.
Qui infatti, soprattutto fuori dalle città, sembra che lo sforzo della popolazione intera sia quello di far studiare i piccoli! Percorrendo le strade sterrate e scoscese del Nepal più rurale é impossibile non incontrare frotte di bambini che camminano in modo ordinato tra la polvere, con addosso le loro impeccabili divise, spesso completate da una cravatta.
A questo proposito voglio raccontarvi quello che abbiamo fatto al nostro  arrivo a Katmandu. 
Innanzitutto ci siamo dovuti rapportare a una città che, per quanto mi riguarda, era totalmente nuova. Sembra un gigantesco villaggio, come quelli che ho intravisto nelle strade impolverate del Kenya. Sommerso dalla polvere, immerso nel caos e ricco di attività che nel nostro mondo occidentale ci siamo quasi dimenticate o che, pur essendo nella sostanza le stesse che vediamo ogni giorno nella forma sono quasi irriconoscibili. 
Tra gli anfratti ricavati tra le case rapidamente rattoppate (secondo gli standard nepalesi, badate bene) dopo il devastante terremoto del 2015 si scoprono piccoli negozietti, falegnamerie improvvisate, saldatori, Fabbri, meccanici e improbabili negozi di tecnologia.
Il nostro hotel si trova vicino al l'immenso tempio buddista bouda stupa, nella zona tibetana di Katmandu. Dal terrazzo all'ultimo piano si gode di una vista stupenda su questa struttura che si erge in verticale, circondata da bandierine colorate che sventolano al vento mantra buddisti, racchiusa da un muro circolare che contiene un infinitá di cilindri che, fatti roteare dai fedeli mandano altre preghiere al cielo.
Grazie ai contatti, più o meno casuali di Ombretta, dopo aver fatto una colazione nepalese (che comporta l'inizio di quella che sarà una lotta impari contro la vendetta di Montezuma) usciamo in strada e, carichi di borsoni, prendiamo due Taxi verso una scuola nella  immediata periferia di Katmandu.
Qui i segni del terremoto sono più evidenti rispetto al centro, infatti si vedono molte case il cui piano superiore é in costruzione, appaiono come dei cubi con ai quattro vertici delle barbe di tondini di ferro, in attesa di essere riempiti di cemento, nella speranza che possano resistere alle future scosse. I ponteggi per accedere a queste strutture in divenire sono delle grosse canne di bambù, legate tra loro con funi di canapa. Diciamo che la sicurezza sul lavoro é un altra cosa.
Giunti alla scuola ci accoglie il preside nel suo abito gessato. La prima cosa che ci chiedono é un contributo economico, che al momento non possiamo dare. Con noi però abbiamo dei borsoni carichi di peluche e di vestiti che ci permettono di metterci in contatto con questo mondo a noi estraneo. 
La distribuzione avviene nell'aula di scienze e io mi perdo a osservare i poster che spiegano il ciclo vitale del plasmodium responsabile della malaria, la composizione del sistema solare, il corpo umano e la formazione geologica del Nepal. Il prof di scienze, con il sorriso sulle labbra tipico dei nepalesi ci spiega orgogliosamente che la tavola degli elementi di Mendelev che stiamo osservando é aggiornata, e così acquistano un senso gli elementi che ai nostri studi delle superiori erano sconosciuti.
A volte ho la sensazione che stiamo facendo qualcosa di sbagliato, che stiamo portando gli scarti della nostra società (sottoforma di vestiti che non usiamo più) per aiutare si, ma anche per mostrare inconsciamente la nostra superiorità.
Però poi ci rifletto e penso che questa é una visione occidentale della cosa, per gli orientali é molto più normale chiedere aiuto.. Così come darlo. Ed ecco che questo momento che nella mia testa ha un sapore neo coloniale e di supremazia diventa in realtà uno scambio di idee e di cultura. E forse Ombretta, in questo é molto orientale!
Questi miei pensieri ambigui sono interrotti improvvisamente da una emergenza! 
Le maestre ci chiamano al piano inferiore per  visitare un bambino che non sta bene. Chiara e Gessica scendono per prime e dopo poco le raggiungo. L'unica diagnosi che riesco a fare io é coma con GCS 8.. A me sembra che il bimbo raggiunga a malapena lo stimolo doloroso dopo averlo pizzicato! Per il resto non parla e non apre gli occhi. Chiara é meno preoccupata e probabilmente più lucida.. Un grande indizio lo danno le maestre con una ciotola di zuppa in mano... Il bambino é semplicemente e tristemente svenuto dalla fame! Dopo averlo nutrito con acqua e zucchero ricomincia ad aprire gli occhi e a mangiare, sempre più avidamente quello che gli viene messo in bocca: 3 piatti di riso , una zuppa e un numero indefinito di biscotti!
Quando le cose sembrano sistemate entra in stanza la mamma, visibilmente ubriaca. Il bambino appena percepita la sua presenza scoppia in un pianto inconsolabile. Purtroppo però non sono lacrime di felicità ma sembrano lacrime di terrore e di disperazione.
Grazie all'intraprendenza di Kabin, la nostra guida e interprete, veniamo a sapere che il bambino dorme fuori da casa, sul luogo di lavoro. Ogni mattina si sveglia all'alba per andare a cercare cibo per i maiali dello zio, ricevendo in cambio, quando va bene, un tozzo di pane. Quel giorno non aveva ricevuto niente in cambio, e probabilmente un semplice raffreddore  é bastato a stenderlo.
Ce ne andiamo così dalla scuola con un sapore agrodolce in bocca. Ma il giorno dopo orgogliosamente Kabin ci invia il link di un articolo che racconta la storia di Vijay, l'arrivo casuale di Sidare e speriamo un lieto fine: un posto migliore in cui crescere.
Anche in questo viaggio Ombretta é riuscita a seguire il suo dharma... Che per qualche giorno si é incrociato con il nostro!

giovedì 1 giugno 2017

Il Karmapa ci spiega come affrontare la vita moderna

http://quotes.justdharma.com/category/karmapa/17th-karmapa/

Everything in life happens due to various causes and conditions coming together. Interdependence reveals the profound implications of this simple fact. It shows us that everything that exists is a condition that affects others, and is affected in turn, in a vast and complex web of causality. As part of that web, we ourselves are […]

17th Karmapa

sabato 27 maggio 2017

correva l'anno 2030: lettera dal futuro di un alieno

Correva l'anno 2030: lettera dal futuro di un alieno.

Ciao a tutti, sono ancora io: .IT

Vi scrivo dal futuro questa volta. Come sapete già io vengo dal pianeta di ET, mio padre.
L'ultima volta che sono venuto a trovarvi era il 2017, ero atterrato a Verona in occasione delle primarie del PD.
Al giorno d'oggi è molto più facile fare viaggi interplanetari rispetto a 13 anni fa. Un umano, tal Elon Musk nel 2015 ha fondato un agenzia privata per esplorare lo spazio, negli anni successivi anche la Virgin ha intensificato i suoi programmi spaziali e così hanno fatto le agenzie governative NASA americana e la CNSN cinese (le due principali potenze mondiali).
Insomma un gran can can fino a che anche voi umani avete scoperto che esistono gli alieni. 
Nel 2020 avete manda  il primo uomo su Marte.. Vi racconto un po' come é andata perché fa riflettere molto.
La NASA ha spedito la sua navicella Hermes nel 2019 con un equipaggio di 6 uomini.
Al momento del rientro, nel 2020 si é verificato un incidente ed é successo un bordello: Mark é rimasto su Marte al momento di una partenza frettolosa dal pianeta rosso,ma é sopravvissuto! 
Quando, grazie all'ingegno e alla scienza é riuscito a coltivare delle patate, a ripristinare i pannelli solari e a comunicare con la Terra l'umanità si è trovata di fronte a un bivio:
Il capo sessantenne della NASA, che frettolosamente aveva dato per morto Mark, avrebbe voluto tenere nascosta il fatto che era vivo... Sacrificarne uno per non dover rischiare altri fallimenti, altri morti e altre risorse per recuperarlo.. Non voleva correre rischi. La sua età e la sua vita carica di cazziatoni a causa dei suoi fallimenti non lo volevano far rischiare. La sua generazione non ammetteva l'errore perché appena qualcuno sbagliava veniva colpevolizzato e deriso. 
Ma un hacker specializzato in aerodinamica, della generazione Millenials, che aveva colto le possibilità del suo tempo (la possibilità di studiare su Wikipedia a gratis, la possibilità di comunicare con tutti e la sete di conoscenza, la condivisione e la trasparenza) aveva un piano ben diverso: far ruotare la sonda Hermes attorno alla terra, spedirle dei rifornimenti da terra, rimandarla su Marte a riprendere Mark e farla tornare indietro di nuovo!
Ed ecco che l'hacker assieme ai Millenials presenti nel gruppo della Nasa e assieme ai Millenials presenti nella capsula hermes (dove il comandante,una donna, decide di condividere con tutto l'equipaggio la decisione fatidica di tornare su Marte senza passare dalla terra) fa diventare il piano, considerato utopico dI vecchi, realtà!
(Il tutto é possibile anche grazie all'agenzia spaziale cinese che per la prima volta mette a disposizione della NASA le sue ultime scoperte..)

E da questo scontro generazionale, lo scontro tra autorità dei vecchi e autorevolezza dei giovani (dovuta alle immense possibilità offerte dalla tecnologia che i giovani non conoscono), nacquero i viaggi interplanetari. E il primo collegamento tra il mio pianeta e il vostro, che mi ha permesso, per la prima volta nella storia, di fare un viaggio interplanetario su una navicella terrestre anziché aliena!!! (A voi furbi aliena, a me familiare)

Insomma un umano, tale Mark,con la sua crew ha dato il via ai viaggi interplanetari...

PS: dopo che si é risolto il problema delle migrazioni istituendo corridoi umanitari dalle zone povere del mondo verso quelle ricche, alla maggioranza degli italiani é stato chiaro che queste migrazioni fossero un bene (nel 2030 il 20% degli italiani hanno origini africane, il 10% europee extra italiane, il 10% asiatiche, il 5% nordamericane e il 5% sudamericane... Insomma gli italiani "veri" come dice salvini sono solo il 45%).
L'Italia é una grande stato che fa parte degli Stati Uniti d'Europa.. Governato da un partito europeista: il PD (lo stesso delle primarie, esiste ancora!) da quasi 10 anni. 
Vi racconto come siamo arrivati qui brevemente... Nel 2018 le elezioni le ha vinte Matteo Renzi con il 35% delle preferenze, secondo il M5s con il 30% e terzo Berlusconi con FI con il 20%, quarto Salvini con il 15% e poi i vari partitini che non sto a elencarvi..
Ovviamente l'unica soluzione per governare (come ogni cervello può immaginarsi) é stata una alleanza PD-Berlusconi dato che i 5s per definizione non si alleano con nessuno e dato che Salvini per definizione é scemo.
A sorpresa il governo Renzi bis con l'appoggio di Berlusconi ha fatto molto bene, e assieme a Macron e alla intramontabile Merkel ha portato alla nascita degli Stati Uniti d'Europa. Nel 2023 il Pd ha preso il 45% dei voti, FI ha preso il 30%, m5s ha preso l'8% e salvini ha preso il 5%.. Il resto fate voi.
In tutto il mondo i partiti del complottiamo, dell'antivaccinismo, del l'anti casta e del l'anti migrazioni hanno perso. Trump, rimosso dall'incarico di governo nel 2018 per manifesta incapacità é un vecchio ricordo.. Così come la le pen e tutti i suoi simili...

Salvini e i 5s ora fanno campagna elettorale contro gli alieni come me.. Quindi la politica della terra inizia a interessarmi molto da vicino... Ma dopo le batoste del passato non penso che vinceranno

Internet é un posto più pulito,non si può deliberatamente insultare la gente e non si possono deliberatamente pubblicare notizie false.


PPS: sapete chi é il presidente del consiglio dello stato italiano oggi? Un tal Damiano Fermo.. Vi ricorda qualcuno?

Nb: alcuni fatti raccontati sono liberamente tratti dal film The Martian